Diritto alla caccia?

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cacciatore

Negli ultimi giorni hanno raggiunto il culmine i ripetuti tentativi (fortunatamente falliti) delle Lega e dei suoi esponenti, di giungere all'approvazione dei DDL per la riforma della legge n.157/92, disciplinante l'attività venatoria. Potete rendervi conto del pericolo che abbiamo corso visionando il testo, di cui suggerisco la lettura integrale, al seguente indirizzo Testo unificato disegni di legge (la Lega è d'altronde ormai ben nota per le sue proposte lungimiranti).

Dichiarato il mio viscerale e malcelato odio verso la caccia, prendo atto del fatto che il dialogo e il confronto con la parte avversa sia elemento fondante e fondamentale di un ordinamento democratico (persino quando questa è formata da una legione di zotici sanguinari). Ecco quindi l'interesse per le motivazioni addotte dai cacciatori, e dai loro legislatori, a supporto delle proprie posizioni.


La più classica e rilevante riguarda il ruolo attivo assunto dalla caccia nella tutela ambientale, ai fini del controllo della popolazione di alcune specie animali. Una prima, quasi ingenua, considerazione, potrebbe dunque riferirsi alla necessità di ripopolamento faunistico previsto dalla stessa legge (e dalla precedente) nell'ambito delle riserve di caccia. Da una parte si autorizza il massacro per evitare il sovrappopolamento dall'altra si introduce nuova selvaggina. Senza contare il sostentamento (foraggiamento) alla fauna selvatica, (non di rado vietato per legge) di cui spesso si rendono promotrici le associazioni pro caccia durante la stagione invernale, per il timore che gli animali non sopravvivano al freddo e siano quindi indisponibili per la successiva strage.
Non si comprende poi la tolleranza nei confronti di pratiche inutili e crudeli come il ricorso a zimbelli o esche vive, che sembrano incentivate al solo fine di soddisfare il grottesco gusto sadico di nostalgici del XIX secolo.

I provvedimenti proposti e le rivendicazioni delle associazioni puntano decisamente alla promozione dell'attività venatoria agendo su fattori determinanti quali gli incentivi alla popolazione praticante, l'ampliamento dei territori disponibili e delle finestre temporali permesse. Le iniziative più inquietanti oltre al già accennato uso degli zimbelli riguardano la legalizzazione della tassidermia, la protezione delle aree di interesse venatorio, le sanzioni per le regioni che violino le percentuali, fissate, di tutela del territorio (tutela intesa, ovviamente, secondo criteri molto parziali), l'introduzione di una sorta di "foglio rosa" per la caccia per i ragazzi di età compresa tra i 16(!) e i 18 anni, la possibilità di sparare agli uccelli migratori eccezion fatta per alcuni valichi definiti principali (ma definiti da CHI???), l'estensione, in alcuni casi specifici, dell'orario di caccia fin dopo il tramonto e la possibilità di praticare l'attività anche su terreno innevato, l'introduzione del nomadismo venatorio (con quali opportunità di controllo e riequilibrio della pressione venatoria?), la limitazione alla libera circolazione dei cittadini nei territori liberamente accessibili facenti parte della aziende faunistico venatorie.

A questo si aggiungono una serie di attività collaterali (e spesso criminose) sempre legate alle doppiette, come il bracconaggio, lo spargimento di bocconi avvelenati in modo da garantirsi il godimento esclusivo del territorio di caccia (ovviamente dovuto alla scarsità di cacciatori e ai loro nobili ideali), i maltrattamenti dei cani (regolarmente perpetrati durante tutto l'arco dell'anno quando i poveri animali, inutilizzati, vengono sovente sottonutriti e tenuti alla catena o chiusi in gabbia oltre che sistematicamente abbandonati se malati e bisognosi di cure), l'occupazione dei terreni ai margini o a ridosso, e talvolta entro, i centri abitati e i luoghi di svago e di relax, l'inquinamento acustico ambientale prodotto dai continui e molteplici spari.
Tutto ciò ovviamente affiancato da controlli rari e superficiali se non addirittura assenti.

La seconda ,e ancor meno solida, motivazione a favore della caccia è la prosecuzione e la custodia delle tradizioni popolari e culturali ad essa legate. Tesi sostenuta ricorrendo a valori quali la sfida dell'uomo nei confronti della natura e il raggiungimento dell'indipendenza alimentare garantita dal procacciarsi il cibo da sè (sicuramente ne dimenticherò qualcuno, nel qual caso perdonatemi! Mi è veramente difficile pensarne degli altri). Valori così nobili e tradizionali da appartenere ormai al passato delle società rurali e agricole (o purtroppo, e in questo caso giustificatamente, al terzo mondo). Per la nostra cultura sociale infatti (e dobbiamo esserne "grati" alla Chiesa) ai valori è sempre associata una componente di privazione, rischio, sacrificio. Vista da questa prospettiva la caccia sembrerebbe evidenziare l'indiscussa nobiltà d'animo delle vittime piuttosto che degli esecutori. Troppo comodo sparare da decine di metri di distanza con fucili tirati a lucido, ricorrendo ai più squallidi e perversi espedienti, con la pancia piena e la possibilità di ripiegare su un chilo di pollo preso al supermercato in caso di magro bottino. Aggiungiamo a questo che l'unica forma di selezione naturale della specie "cacciatore", quella intestina (dovuta per esser chiari alle fucilate degli stessi colleghi) favorisce indiscutibilmente i più stupidi...

Le ragioni a favore della caccia sono inoltre prive di ogni supporto scientifico, evidentemente pensate per giustificare le azioni di un'accozzaglia di frustrati, meschini e vigliacchi che non trova di meglio (o possibilmente non ne è capace) che esercitare la propria crudeltà, ironicamente definita passione, su esseri innocenti senza tuttavia esporsi o correre alcun rischio in prima persona (se non quello di impallinarsi a vicenda) e riuscendo a trarne nonostante ciò piacere.


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