Racconto senza titolo :-) (parte 1/2)

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Passeggiata notturna

Alzò lo sguardo al cielo. L'aria tersa della notte pulsava della luce azzurrognola delle insegne, lasciando intuire al di là di esse la pallida presenza di tremolanti punti luminosi.“Se solo le stelle fossero più vicine” - considerò ad alta voce - “Se solo non ci fosse tutto quell'inutile vuoto a separarle”.

Era uno di quei pensieri che non si sa il come né il perché balzano prepotenti innanzi agli altri, e prima ancora che la nostra razionalità possa assumere il controllo, proiettano per un istante visioni inebrianti e assolutamente coerenti di mondi fantastici.

Svoltò l'angolo. Due filari di alberi rinsecchiti incorniciavano una striscia di asfalto, che sfuggiva allo sguardo subito dopo aver valicato un leggero pendio.Ai lati della strada le vetrine serrate dei negozi richiamavano alla mente un brulicare di gente affaccendata.

Nel silenzio poteva distinguere con chiarezza il ritmo cadenzato prodotto dall'impatto delle suole col selciato, raramente disturbato dal sibilo distante di qualche sirena o dalle voci ovattate provenienti dall'interno degli appartamenti. Quel suono familiare gli fu sufficiente a scacciare la sensazione di ansia e smarrimento che l'immaginazione fin troppo vivida del pullulare indistinto e frenetico della folla gli aveva suscitato.

Cominciò, come sempre, a contare i passi. Si trovava a circa seicento metri da casa. “Mille” - disse. “Ancora mille passi”. Lo stupiva sorprendersi ogni volta a barare, ormai in prossimità del traguardo, allungando o accorciando la falcata nel tentativo di rendere esatta la sua stima.

“E' l'unico modo che ha l'uomo di sopravvivere al mondo” – sospirò. Credeva che l'uomo fosse il candidato perfetto all'immortalità. Con i suoi limiti invalicabili e la sua memoria incerta non correva difatti il rischio di annoiarsi anche d'innanzi ad un'infinità di tempo, cullato dall'illusione di una continuità mutevole e perenne. Arguì d'altro canto che la fragilità dell'animo e il radicato timore del disfacimento fisico sarebbero stati problemi non da poco per un essere con tali pretese. Sarebbe stato quindi possibile vivere per l'eternità? -“Probabilmente no. Non a queste condizioni! Non con queste fattezze!”- concluse, richiamando alla mente ragioni già a lungo soppesate.

Il freddo si era fatto pungente e stringendosi nel cappotto affrettò l'andatura continuando, nel contempo, a contare, grazie ad un'abitudine consolidata. Cinquantacinque... Cinquantasei... Cinquantasette... Conosceva per ognuno di quei numeri il preciso riferimento che gli avrebbe permesso di rimanere in linea con la sua previsione. A volte era un albero con sopra una vistosa incisione, a volte un'insegna, a volte un sampietrino fuori posto.

Nonostante ciò sentiva distintamente i battiti del cuore accelerare man mano che si approssimava alla meta. Come se persino quel compito così semplice andasse al di là delle capacità dei suoi sensi e della sua memoria.

“La precarietà di ognuno di questi oggetti e dell'universo di cui fanno complessivamente parte permette forse di pianificare le proprie azioni? Ha senso proiettare la propria esistenza al di là di un orizzonte temporale definito?”. Sospirò. Quelle domande che sembravano mettere in dubbio la possibilità stessa del libero arbitrio, si sforzavano in realtà di quantificare la capacità del singolo individuo di esercitarlo efficacemente, in presenza di una innumerevole serie di accadimenti, casuali e non, che contribuivano a modificare il corso degli eventi in direzioni imprecisate. La vera questione era: fino a che punto sarebbe stato in grado di indirizzare il suo destino e con quale precisione? Indiscutibilmente un limite esisteva.

Espirò con risoluta determinazione scuotendo la testa per allontanare quei pensieri indesiderati: TRECENTOSEI, TRECENTOSETTE, TRECENTOOTTO... All'improvviso si accorse che in fondo alla strada, proprio in cima al saliscendi, era apparsa una figura, verosimilmente umana (sì non aveva motivo di dubitarne: era indiscutibilmente umana) dai contorni indefiniti a causa dell'oscurità e delle ombre intervallate degli alberi. Non era frequente a quell'ora della notte e in quella zona della città, imbattersi in qualcuno a piedi per strada. Valutò con occhio allenato la distanza che li separava e ne dedusse che doveva attestarsi su più o meno il doppio di quella che si frapponeva tra lui e l'appartamento. Avrebbero quindi fatto in tempo ad incrociarsi? Non poteva esserne certo.

Seconda parte


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